9) Galileo. Scienza e religione.
Galilei, dopo aver accennato alle sue straordinarie scoperte
astronomiche, si difende dall'accusa di eresia presentando in una
lettera, indirizzata a Cristina di Lorena granduchessa di Toscana,
la fondamentale distinzione fra questioni naturali e questioni
de fide .
G. Galilei, A  Madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana,
anno 1615 (pagina 85).

A Madama Cristina di Lorena Granduchessa di Toscana.

Io scopersi pochi anni a dietro, come ben sa l'Altezza Vostra
Serenissima, molti particolari nel cielo, stati invisibili sino a
questa et; li quali, s per la novit, s per alcune consequenze
che da essi dependono, contrarianti ad alcune proposizioni
naturali comunemente ricevute dalle scuole de i filosofi, mi
eccitorno contro non piccol numero di tali professori; quasi che
io di mia mano avessi tali cose collocate in cielo, per intorbidar
la natura e le scienze. E scordatisi in certo modo che la
moltitudine de' veri concorre all'investigazione, accrescimento e
stabilimento delle discipline, e non alla diminuzione o
destruzione, e dimostrandosi nell'istesso tempo pi affezzionati
alle proprie opinioni che alle vere, scorsero a negare a far prova
d'annullare quelle novit, delle quali il senso istesso, quando
avessero voluto con attenzione riguardarle, gli averebbe potuti
render sicuri; e per questo produssero varie cose, ed alcune
scritture pubblicarono ripiene di vani discorsi, e, quel che fu
pi grave errore, sparse di attestazioni delle Sacre Scritture,
tolte da luoghi non bene da loro intesi e lontano dal proposito
addotti: nel quale errore forse non sarebbono incorsi, se avessero
avvertito un utilissimo documento che ci d S. Agostino intorno
all'andar con riguardo nel determinar resolutamente sopra le cose
oscure e difficili ad esser comprese per via del solo discorso;
mentre, parlando pur di certa conclusione naturale attenente a i
corpi celesti, scrive cos: Nunc autem, servata semper
moderatione piae gravitatis, nihil credere de re obscura temere
debemus, ne forte quod postea veritas patefecerit, quamvis libris
sanctis, sive Testamenti Veteris sive Novi, nullo modo esse possit
adversum, tamen propter amorem nostri erroris oderimus.
[Traduzione del passo di Agostino: Ma ora, serbata sempre la
moderazione della giusta prudenza, non dobbiamo temere di credere
nulla attorno ad un argomento scuro, perch non abbiamo ad odiare
per amore del nostro errore ci che per caso poi la verit avr
scoperto, quantunque non possa essere in nessun modo contrario ai
libri sacri, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento].
E' accaduto poi che il tempo  andato successivamente scoprendo a
tutti le verit prima da me additate, e con la verit del fatto la
diversit degli animi tra quelli che schiettamente e senz'altro
livore non ammettevano per veri tali scoprimenti, e quegli che
all'incredulit aggiugnevano qualche affetto alterato: onde, s
come i pi intendenti della scienza astronomica e della naturale
restarono persuasi al mio primo avviso, cos si sono andati
quietando di grado in grado gli altri tutti che non venivano
mantenuti in negativa o in dubbio da altro che dall'inaspettata
novit e dal non aver avuta occasione di vederne sensate
esperienze; ma quelli che, oltre all'amor del primo errore, non
saprei qual altro loro immaginato interesse gli rende non bene
affetti non tanto verso le cose quanto verso l'autore, quelle, non
le potendo pi negare, cuoprono sotto un continuo silenzio, e
divertendo il pensiero ad altre fantasie, inacerbiti pi che prima
da quello onde gli altri si sono addolciti e quietati, tentano di
progiudicarmi con altri modi. De' quali io veramente non farei
maggiore stima di quel che io mi abbia fatto dell'altre
contradizzioni, delle quali mi risi sempre, sicuro dell'esito che
doveva avere `l negozio, s'io non vedessi che le nuove calunnie e
persecuzioni non terminano nella molta o poca dottrina, nella
quale io scarsamente pretendo, ma si estendono a tentar di
offendermi con macchie che devono essere e sono da me pi aborrite
che la morte, n devo contentarmi che le sieno conosciute per
ingiuste da quelli solamente che conoscono me e loro, ma da
ogn'altra persona ancora. Persistendo dunque nel primo loro
instituto di voler con ogni immaginabil maniera atterrar me e le
cose mie, sapendo come io ne' miei studii di astronomia e di
filosofia tengo, circa alla costituzione delle parti del mondo,
che il Sole, senza mutar luogo, resti situato nel centro delle
conversioni de gli orbi celesti, e che la Terra, convertibile in
se stessa, se gli muova intorno; e di pi sentendo che tal
posizione vo confermando non solo col reprovar le ragioni di
Tolommeo e d'Aristotile, ma col produrne molte in contrario, ed in
particolare alcune attenenti ad effetti naturali, le cause de'
quali forse in altro modo non si possono assegnare, ed altre
astronomiche, dependenti da molti rincontri de' nuovi scoprimenti
celesti, li quali apertamente confutano il sistema Tolemaico e
mirabilmente con quest'altra posizione si accordano e la
confermano; e forse confusi per la conosciuta verit d'altre
proposizioni da me affermate, diverse dalle comuni; e per
diffidando ormai di difesa, mentre restassero nel campo
filosofico; si son risoluti a tentar di fare scudo alle fallacie
de' lor discorsi col manto di simulata religione e con l'autorit
delle Scritture Sacre, applicate da loro, con poca intelligenza,
alla confutazione di ragioni n intese n sentite.
E prima, hanno per lor medesimi cercato di spargere concetto
nell'universale, che tali proposizioni sieno contro le Sacre
Lettere, ed in consequenza dannande ed eretiche; di poi, scorgendo
quanto per lo pi l'inclinazione dell'umana natura sia pi pronta
ad abbracciar quell'imprese dalle quali il prossimo ne venga,
bench ingiustamente, oppresso, che quelle ond'egli ne riceva
giusto sollevamento, non gli  stato difficile il trovare chi per
tale, ci  per dannanda ed eretica, l'abbia con insolita
confidenza predicata sin da i pulpiti, con poco pietoso e men
considerato aggravio non solo di questa dottrina e di chi la
segue, ma di tutte le matematiche e de' matematici insieme;
quindi, venuti in maggior confidenza, e vanamente sperando che
quel seme, che prima fond radice nella mente loro non sincera,
possa diffonder suoi rami ed alzargli verso il cielo, vanno
mormorando tra `l popolo che per tale ella sar in breve
dichiarata dall'autorit suprema.
[...].
Ora, per queste false note che costoro tanto ingiustamente cercano
di addossarmi, ho stimato necessario per mia giustificazione
appresso l'universale, del cui giudizio e concetto, in materia di
religione e di reputazione, devo far grandissima stima, discorrer
circa a quei particolari che costoro vanno producendo per
detestare ed abolire questa opinione, ed in somma per dichiararla
non pur falsa, ma eretica, facendosi sempre scudo di un simulato
zelo di religione e volendo pur interessar le Scritture Sacre e
farle in certo modo ministre de' loro non sinceri proponimenti,
col voler, di pi, s'io non erro, contro l'intenzion di quelle e
de' Santi Padri, estendere, per non dir abusare, la loro autorit,
s che anco in conclusioni pure naturali e non de Fide, si deva
lasciar totalmente il senso e le ragioni dimostrative per qualche
luogo della Scrittura, che tal volta sotto le apparenti parole
potr contener sentimento diverso. Dove spero di dimostrar, con
quanto pi pio e religioso zelo procedo io, che non fanno loro,
mentre propongo non che non si danni questo libro, ma che non si
danni, come vorrebbero essi, senza intenderlo, ascoltarlo, n pur
vederlo, e massime sendo autore che mai non tratta di cose
attenenti a religione o a fede, n con ragioni dependenti in modo
alcuno da autorit di Scritture Sacre, dove egli possa malamente
averle interpretate, ma sempre se ne sta su conclusioni naturali,
attenenti a i moti celesti, trattate con astronomiche e
geometriche dimostrazioni fondate prima sopra sensate esperienze
ed accuratissime osservazioni. Non che egli non avesse posto cura
a i luoghi delle Sacre Lettere; ma perch benissimo intendeva, che
sendo tal sua dottrina dimostrata, non poteva contrariare alle
Scritture intese perfettamente: e per nel fine della dedicatoria,
parlando al Sommo Pontefice, dice cos: Si fortasse erunt
mataeologi, qui, cum omnium mathematum ignari sint, tamen de illis
iudicium assumunt, propter aliquem locum Scripturae, male ad suum
propositum detortum, ausi fuerint hoc meum institutum
repraehendere ac insectari, illos nihil moror, adeo ut etiam
illorum iudicium tanquam temerarium contemnam. Non enim obscurum
est, Lactantium, celebrem alioqui scriptorem, sed mathematicum
parum, admodum pueriliter de forma Terrae loqui, cum deridet eos
qui Terram globi formam habere prodiderunt. Itaque non debet mirum
videri studiosis, si qui tales nos etiam ridebunt. Mathemata
mathematicis scribuntur, quibus et hi nostri labores (si me non
fallit opinio) videbuntur etiam Reipublicae Ecclesiasticae
conducere aliquid, cuius principatum Tua Sanctitas nunc tenet
[Traduzione della dedica del De Revolutionibus a Paolo terzo: Se
per caso vi sono dei fatui che, essendo ignari di tutte le scienze
matematiche, emettono giudizi intorno ad esse, e per qualche luogo
della Scrittura, malamente interpretato, osano biasimare ed
attaccare questo mio principio, non me ne curo, tanto che
disprezzo anche il loro giudizio come temerario. Non  ignoto
infatti che Lattanzio, celebre scrittore si, ma poco matematico,
parla della forma della terra in modo piuttosto ingenuo, quando
deride coloro che affermano la terra aver forma di globo. Quindi
non deve far meraviglia agli studiosi se alcuni dello stesso tipo
rideranno anche di noi. Le cose matematiche si scrivono per i
matematici, ai quali questi nostri lavori, se non erro, parranno
recar qualche vantaggio anche alla Repubblica della Chiesa, che
ora la Santit Vostra regge].
G. Galilei, Lettere, Einaudi, Torino, 1978, pagine 123-128.
